Perché odio Milano
Status simulato, consumismo e apparenze: la risposta ragionata alla domanda che mi fanno spesso su Instagram, cioè perché Milano non fa per me.

Spesso nella mia comunicazione emergono critiche piuttosto dure nei confronti di Milano, con annesso dissing per le dinamiche sociali ed economiche che caratterizzano questa bizzarra città.
Qualche settimana fa una ragazza su Instagram mi ha chiesto “Ma perché odi così tanto Milano?”
In quel momento ho risposto in modo confuso, un po’ goffo, come accade quando ti colgono impreparato su qualcosa che senti profondamente ma non hai ancora strutturato razionalmente.
Così ho deciso di usare questo numero della Slow Newsletter per riorganizzare i pensieri ed elaborare la mia personale filippica contro Milano.
Per farlo ho raccolto una dozzina di fonti tra studi e articoli di giornale a sostegno della tesi che sto per presentare.
Tuttavia, ho deciso che non userò questo materiale per validare quello che sto per dire perché il mio scopo qui è esprimere la mia opinione su un fenomeno culturale di matrice Fast, e non imporre il mio punto di vista alle persone che la pensano diversamente sbattendogli in faccia le “prove” di quello che sostengo (anche perché i dati se li torturi abbastanza possono dire quello che vuoi).
Voglio partire col dire che io non ce l’ho con la città di Milano intesa come il conglomerato urbano di strade, case e palazzi.
Tantomeno ce l’ho con i Milanesi, intesi come abitanti di Milano (che siano puri o mezzosangue lol).
Io ce l’ho con il Brand “Milano”.
Io ce l’ho con quello che Milano rappresenta culturalmente e con tutta la propaganda che gli gira intorno.
Milano è il simbolo italiano della cultura Fast: veloce, performativa, esclusiva, consumista, ipercompetitiva.
Una città che, da professionista del marketing, non posso non riconoscere come una macchina perfettamente progettata per diffondere il virus dell’insoddisfazione.
Ogni volta che esci a Milano sei travolto da messaggi pubblicitari (e non) che hanno un solo obiettivo: quello di farti provare disagio esistenziale.
Il disagio esistenziale che provi a Milano non è un effetto collaterale né una tua debolezza: è un modello di business!
È generato apposta per farti sentire sempre inadeguato e mai abbastanza.
Abbastanza cosa?
Figo, ricco, bello, popolare, alla moda, sexy, competente ecc.
Per molti Milanesi wanna-be questa sensazione diventa un motore per la ricerca perpetua del miglioramento.
Per altri invece diventa la strada verso l’abuso di psicofarmaci (di cui Milano è la capitale Italiana).
La pubblicità genera insoddisfazione, funziona perché fa male: è quello il suo scopo perché la gente soddisfatta non consuma.
Stefano Bartolini, Economista e autore di “Ecologia della felicità”
Non solo pubblicità
Milano è una città che genera problemi e poi ti vende la soluzione.
La pubblicità infetta le persone, e ogni persona che incontri a Milano è una potenziale portatrice del virus dell’insoddisfazione.
Infatti a Milano incontri individui che per colmare la propria insoddisfazione non si presentano per ciò che sono, ma ciò che devono sembrare.
La città è un ecosistema in cui l’apparenza è moneta di scambio sociale, e ogni interazione è una micro-esibizione di status spesso simulato, non reale.
Più sei immerso in questo sistema più aumentano le possibilità di essere infettato dal virus, e prima o poi ti ritrovi anche tu a parlare con enfasi di quella volta in cui “hai incrociato la Ferragni” come se il caso avesse voluto conferirti una medaglia al valore.
Il lettore che ha avuto a che fare qualche volta con Milano e le sue dinamiche sa di cosa parlo.
Il posto migliore per contrarre il virus sono gli eventi, pubblici e privati.
Ogni evento a Milano è un focolaio di comparazione sociale: ci vai per fare “networking” e te ne torni con 6 nuovi motivi per dubitare di te stesso.
E in una città come Milano ci sono eventi ogni giorno.
Eventi a cui se vivessi anche solo a 100km di distanza da Milano non avresti mai pensato di partecipare.
Ma tu vivi a Milano, sei infetto e la FOMO è il tuo pane quotidiano.
Quindi devi essere ad ogni evento, non si sa mai che ti sfugga un’opportunità.
Milano è piena di opportunità
Gli zombie mangiano cervelli, i nostri infetti invece si nutrono delle cosiddette “opportunità”.
Perché una lancia a favore di Milano va spezzata: è vero, è una città piena di opportunità!
Opportunità per colmare quel disagio esistenziale (che la città stessa innesca, ma vabbè.)
Devi solo avere soldi da spendere.
Puoi colmare la tua asimmetria facciale (che fino a prima di imbatterti nel cartellone pubblicitario non era mai stata una reale preoccupazione) spendendo buona parte del tuo stipendio ogni 6 mesi in quel centro estetico specializzato.
Puoi pagare quel cocktail 25€ e mettere una storia su Instagram che certifica la tua presenza in quel posto esclusivo (che 10 giorni fa nemmeno sapevi esistesse ma poi hai saputo che è frequentato dal circoletto).
O puoi pagare 800€/mese per l’affitto di un monolocale di 25 mtq mentre aspetti e speri di “fare carriera” per poterti permettere una casa più grande (dove passerai meno tempo possibile perché sarai troppo impegnato a lavoro).
E proprio le opportunità di carriera sono il più grande cavallo di battaglia del Marketing di una città come Milano.
Te ne accorgi perché ogni volta che incontri qualcuno a Milano, ha una job title più figa della tua.
Non importa quello che fa o quanto guadagna.
A Milano se non puoi avere un lavoro dignitoso, puoi almeno fingere di averlo.
Così quando all’ape di networking incontri il Gianclaudio che passa la giornata a fare le fotocopie e a organizzare i documenti del suo ufficio, si presenterà dicendo che lui è un Document Solutions Specialist.
E tu che non hai (ancora) contratto il virus e quindi non sai come funziona lì, rimani a bocca aperta, meravigliato, un po’ perché non hai capito che cosa fa e hai vergogna di chiederlo per paura di passare per provinciale, e un po’ perché la job title in inglese ti lascia credere in buona fede che il qui presente Gianclaudio sia una specie di genio degli affari.
Job Title Washing
Questa pratica di Job Title Washing è molto comune a Milano (si sta diffondendo un po’ ovunque nel nostro paese), dove le aziende hanno imparato a “nobilitare” titoli umili per motivi di branding.
La tendenza di gonfiare le job title riflette bene una verità triste del mondo del lavoro moderno, di cui Milano è venduta come la capitale Italiana: offrire mansioni e stipendi poco appaganti, in cambio di una bella job title da ostentare su LinkedIn.
Se sei quello che fa le fotocopie ti senti un po’ uno sfigato e magari agli eventi manco ti presenti perché ti vergogni della tua umile mansione.
Ma se sei un Document Solutions Specialist, ti convinci che stai facendo qualcosa di importante e la tua vita ha più senso (così puoi andare agli eventi e contribuire anche tu alla diffusione del virus).
La mia esperienza personale mi porta a credere che questa diabolica strategia psicologica di HR sia soprattutto un modo per sottrarre potere contrattuale al lavoratore: una persona con un titolo pomposo potrebbe accettare uno stipendio più basso perché sembra “un’opportunità di carriera”.
Milano nuoce gravemente alla salute
Insomma, queste e altre dinamiche sono parte del meccanismo che alimenta lo schema ponzi della carriera che è diventato Milano: un posto in cui per ogni “success story” che viene raccontata sui giornali ci sono decine di carriere abortite, vite spezzate da burnout e sogni infranti che non faranno mai notizia.
Gli slogan dei promotori del Ponzi sono tipo: ‘Milano è la miglior città per fare carriera!’, e magari è pure vero, ma come ogni pubblicità ingannevole che si rispetti c’è omertà riguardo i sacrifici che sei costretto a fare, se vuoi fare quel tipo carriera.
Allo stesso modo qualche giornale un po’ troppo politicamente compiacente dice che: ‘Secondo uno studio xyz Milano è la città con la miglior qualità della vita in Italia!’… ma si dimentica dirti che è vero solo se guadagni na bella pacca di soldi.
Che poi secondo me basterebbe essere onesti, come si fa per i pacchetti di sigarette:
ATTENZIONE: Milano è una città piena di opportunità ma non è per tutti: ci vuole ‘na faccia di culo, i soldi e un fegato bello allenato per reggere i suoi ritmi. E anche se avete tutte le carte in regola non è detto che ce la farete. Nessuno vi dà garanzia, quindi venite a vostro rischio e pericolo.
Invece no, Milano viene venduta come una città moderna, accogliente, progressista.
Ma la verità è che è profondamente esclusiva e chi non regge il ritmo viene espulso dal sistema con eleganza silenziosa.
E alla fine dei conti ho capito che io non odio Milano.
Io odio l’idea che lavorare fino allo sfinimento sia considerata una virtù, che il successo sia qualcosa di pre-confezionato e non una definizione personale, e che ormai oggi sull’altare del lavoro è diventato tutto sacrificabile… anche la dignità.
Milano è una città che fa promesse meravigliose, ma le mantiene per pochi.
Per gli altri, resta solamente un’illusione troppo costosa.
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GGN
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Pubblicato nella Slow Newsletter il 23 aprile 2025.


